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FARE I CONTI CON UN TRAUMA SCONOSCIUTO - Carla Weber

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FARE I CONTI CON UN TRAUMA SCONOSCIUTO

 Carla Weber

Psicologa psicoterapeuta psicoanalista; dirige lo Studio Akoé di Trento, via degli Orbi 14
È membro del Consiglio Direttivo ASP-Associazione di Studi Psicoanalitici di Milano e delegato IFPS-International Federation of Psychoanalytic Societies.
Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; Skype: carlaweber.akoe

Mentre ci adattiamo alle regole di una nuova socialità a distanza, sempre più vivo si fa il bisogno di presenza e vicinanza. Le angosce, a fronte di tanta incertezza e pericolo, si moltiplicano e ci fanno vivere sospesi tra senso di irrealtà e crolli nel panico. Saggiamente ci appelliamo alla calma, alla ragione, ai fatti rassicuranti e alla responsabilità personale e collettiva delle nostre azioni.

La nostra professione di psicologi, di psicoterapeuti e psicoanalisti ci ha allenati a trarre dalle esperienze traumatiche gli elementi su cui poggiare la capacità di tenuta della dimensione ansiogena. Nel lavoro psicoterapeutico cerchiamo di sviluppare le potenzialità non ancora note alla persona che soffre e le sue parti sane, presenti anche in gravi situazioni. A tale scopo diamo valore alla potenza della relazione di cura che può essere costruita insieme nella terapia e che genera incontro nella ricerca condivisa di un cambiamento, teso verso la trasformazione di uno stato patogeno. Possiamo vedere che tutto questo può accadere anche a partire dal trauma stesso, da quello che pur angosciosamente possiamo conoscere di noi e dell’altro, quando si ha a che fare con situazioni confusive, pericolose e danneggianti.

Ora di fronte a una pandemia che ci coglie impreparati - nonostante avessimo molti segnali del possibile pericolo – la domanda che possiamo porci è: sapremo cogliere e apprendere qualcosa di utile su di noi e sulle relazioni che abbiamo con gli altri, con il bene comune e le risorse ambientali? Mentre molti si ammalano e crescono i numeri dei decessi, ci viene chiesta responsabilità sociale oltre che individuale, rispetto delle regole imposte dai decreti ministeriali. Si dibatte anche sulla necessaria funzione di leadership delle persone che ci governano, sul potere decisionale consegnato alla scienza e su quanto mai difficile sia l’adozione di un modello cooperativo tra diversi paesi ugualmente coinvolti.

Ci appelliamo agli eroismi di medici, infermieri, farmacisti, personale sanitario e tanti volontari, poiché difettano le misure tecnico-strutturali di una sanità pubblica d’emergenza, tali da proteggere il personale medico in prima linea ed offrire a tutti i contagiati le cure necessarie.

C’è da chiedersi se quello che stiamo tragicamente sperimentando potrà far nascere un più appropriato e giusto modello di vita che valorizzi le qualità della specie umana, cioè che ci porti sulla via di un nuovo umanesimo. Constatiamo dopo un mese che il progetto sociale #iostoacasa sta modificando il nostro rapporto con gli affetti e gli interessi che abbiamo, con il lavoro e la tecnologia dell’informazione e della comunicazione; tutte cose che avremmo potuto fare anche prima senza il limite di una costrizione o della paura della morte.  

 

Riflettendo su quanto sta accadendo, si può dire che in primo luogo dobbiamo riconoscere, come ci stiamo dicendo da diversi vertici di osservazione, che le angosce provengono da un fenomeno che è ignoto. Ci troviamo nella critica e stressante necessità di sviluppare conoscenza scientifica mentre il pericolo è già attivo e ci sta colpendo. Lo svantaggio evolutivo rispetto alla vitalità del Covid19, in questo caso è grande, non possediamo infatti un protocollo d’azione già validato ma dobbiamo crearlo all’istante, evitando di sbagliare troppo e provocare esiti catastrofici. Siamo così esposti all’ansia dell’incertezza, dovuta al prendere decisioni in attesa di risultati differiti nel tempo ed esposti al margine di discrezionalità dei comportamenti altrui.

Una situazione non nota e mutante, con queste caratteristiche di invisibilità, diffusività e pericolosità è quindi di per sé angosciosa. Sappiamo che l’ignoto apre una voragine nel nostro apparato psichico di sicurezza e stabilità interna. L’ignoto infatti apre al vuoto psichico (horror vacui) ed incontenibile, poiché ci avvolge dall’esterno senza produrre un’organizzazione interna di senso, attiva stati di confusività, immobilizzazione, isolamento e mutismo.

Ora tutto questo non accade ad un singolo soggetto ma riguarda la collettività, la moltitudine degli abitanti dello stesso pianeta. Ci è mai capitata una situazione simile? Ci siamo forse mai trovati socialmente, ancora prima di comprendere quello che sta accadendo, a doverci muovere velocemente ed organizzarci collettivamente con norme e divieti per affrontare una situazione sanitaria di trasmissione pandemica che interessa le vie aeree, respiratorie e da contatto?

Lo sforzo collettivo è quello di orientarsi e di comprendere i segnali del virus, i suoi comportamenti, i linguaggi molecolari di una presenza “aliena”, che entra in profondità nei polmoni, parassitando i nostri corpi per svilupparsi e mutare geneticamente.  “Sembra fantascienza”, si sente ripetere a conferma del nostro sentimento di alienazione.

 

 

Che fare per non soccombere all’angoscia?

 

Per tenerci insieme e stabilizzarci abbiamo bisogno di agire, di essere attivi verso uno scopo e lo si può fare creativamente a tutti i livelli delle nostre relazioni affettive e sodali, ma anche in modo più strutturato a seconda della propria appartenenza professionale e delle proprie reti sociali.

Sicuramente l’ignoto assume un valore diverso quando lo facciamo diventare un oggetto di ricerca nuovo a cui dobbiamo dare identità e forma per inventare ciò che può contrastarne la diffusione e la mortalità. L’effetto di stabilizzazione psichica, di orientamento proiettivo delle forze vitali e di contrasto alla frustrazione e alla mancanza ci viene confermato, come possiamo constatare, da coloro che si attivano nella ricerca scientifica. Vediamo infatti quanto i ricercatori, i virologi e gli scienziati riescano a investire le loro energie positivamente con esiti anche provvisori, comunque utili e condivisi nella comune ricerca e sempre animati dal confronto e dal produrre corretta informazione che riduca l’ignoto.

La sospensione dell’angoscia del vuoto e dell’ignoto si attiva sicuramente nello stare in attacco ‘al fronte’ della pandemia, impegnando le proprie energie a salvare le persone e ad inventarsi soluzioni pratiche. Medici, infermieri, farmacisti e personale sanitario immersi giorno dopo giorno in fatiche immani testimoniano una forza smisurata nell’affrontare l’emergenza e nel sopportare l’evidenza di dolorosi traumi che colpiscono tante persone, oltre loro stessi.

Anche noi psicologi, psicoanalisti e psicoterapeuti si siamo mobilitati ad accogliere la domanda diffusa di uno spazio d’ascolto di emozioni spesso drammaticamente incontenibili. L’attivarci rispetto alla domanda d’aiuto psicologico è sicuramente occasione per far diventare quella domanda oggetto della nostra attenzione di ricerca e dedizione informata allo scopo di arginare, diluire e decantare la pressione angosciosa dell’ignoto e delle relative terribili prefigurazioni.

Allo stesso modo tante persone di altre professioni mostrano la capacità feconda di ideazione di soluzione per tanti problemi cruciali che abbiamo davanti o per affrontare la solitudine, l’immobilità e la distanza.  

 

 

Che cosa riattiva il confronto con l’ignoto?

 

Ci accorgiamo subito che quell’ignoto riattiva bisogni primari, sentimenti e desideri di maggiore vicinanza. Il non potersi toccare, il pericolo del respirare vicini interferisce con la base sociale della nostra soggettivazione. Ci troviamo limitati proprio nel funzionamento di quella base intersoggettiva che regola il sistema unico corpo-cervello-mente. Accade allora che selezioniamo i rapporti che contano e che ci organizziamo per imparare a stare da soli, all’interno delle nostre case, a familiarizzare con il digitale mentre esploriamo le nostre capacità pratiche di soluzione ai problemi della vita quotidiana.

Si può osservare che in poche settimane è emerso un maggiore affidamento agli affetti primari, insieme a una spinta a guardare oltre e a prefigurare un tempo migliore di questo, considerando i limiti del nostro sviluppo economico e sociale. Si nota, inoltre, una spinta ad imparare ad essere un po’ diversi e a fare cose mai fatte e un’attenzione a valorizzare il tempo e ad avere cura delle piccole cose. Persone fragili, ansiose non si sentono più tanto difettose condividendo uno stato d’ansia diffuso accettato normalmente da tutti. Si afferma come dato indiscusso il valore della fragilità e della vulnerabilità per essere forti, insieme alla rilevanza di una politica che governa cercando soluzioni e unità d’intenti tra cooperanti.

 

 

Serve la privazione, l’esperienza di isolamento per accorgerci del valore della nostra umanità?

 

Quello che stiamo vivendo da qualche settimana ci espone ad emozioni forti e a considerazioni su di noi come società civile. Passiamo dall’angoscia e dalla commozione per gli accadimenti nefasti alla speranza di fronte a soluzioni ingegnose nella mancanza di mezzi, a intuizioni scientifiche e mediche nella corsa alla ricerca farmacologica. Avvertiamo, inoltre, l’appartenenza alla stessa comunità di viventi quando siamo colpiti da azioni generose e altamente altruistiche di alcuni che offrono le loro intelligenze e competenze o i loro beni materiali per un bene comune.

In queste circostanze di trauma sociale, di tale entità e vissuto per la prima volta, nella discussione pubblica si dibatte quanto saremo poi capaci di far perdurare scoperte e azioni positive e innovative oltre l’emergenza in corso. Molti osservatori, a questo proposito, sono piuttosto pessimisti e ci dicono che nella ripresa i poteri forti dell’economia e della finanza ingloberanno di nuovo tutto, come se non ci fossero altre vie possibili, indifferenti alle manifestazioni di risorse importanti, afferibili a qualità umane indispensabili ad una progettualità sociale che contempli una vivibilità per tutti, per tutte le specie viventi, su questo pianeta.

 

La domanda che può farsi strada tra noi psicoanalisti, riguarda la posizione della comunità scientifica internazionale riguardo alla salute psichica individuale e collettiva nelle nostre società. La nostra conoscenza della componente ignota dell’agire umano e delle condizioni per garantire l’equilibrio psichico di interazioni complesse tra gli umani può essere messa a confronto con altri saperi e divenire una voce al servizio della salute psichica e del governo del bene comune.

Una tradizione di studi e ricerche di una psicoanalisi orientata al campo psicosociale esiste già e può essere ripresa con dati aggiornati relativi a questo trauma collettivo, se consideriamo che quella alleanza tra psicoanalisti, psichiatri ed altri umanisti è nata dopo le tragedie delle due grandi guerre in Europa ed è cresciuta in risposta agli effetti traumatici delle violenze di Stato e dei genocidi in diversi paesi del mondo.

Abbiamo bisogno di un modello di vivibilità non assoggettato alla sola variabile economico-finanziaria, che privilegia pochi a svantaggio di molti. Ed è proprio nella crisi estrema che emergono con chiarezza le qualità umane su cui investire socialmente, per perseguire il bene di ognuno e allo stesso tempo di tutti. 

Il valore strutturante del contesto sociale e dell’intersoggettività è noto e confermato dalle conoscenze scientifiche, in psicoanalisi e nelle scienze bio-evolutive. La pericolosità del contatto con le mani e del respiro, in prossimità dell’altro, apre scenari nuovi e trasformazioni di specie che le nostre ansie ed angosce profonde segnalano. Cosa ci accadrà? In un primo tempo ci si può adattare, ma poi? Quali percorsi faranno certe emozioni che hanno a che fare con la rabbia e la distruttività, anziché con la creatività e la cooperazione.

Le conoscenze che abbiamo ci dicono che è la funzione istituzionale, la presenza di corpi sociali intermedi ad agire come difesa dal pericolo delle angosce paranoidee e dalla psicosi.

Da soli, senza contatti, forse non riusciamo a reggere a lungo, è importante sentire che non lo siamo e fare in modo che altri sentano la nostra presenza sodale, creativa e propositiva.  Ne saremo capaci? Riusciremo a riaccendere non solo la luce alle finestre per dire che ci siamo, ma la funzione sociale di bene collettivo delle nostre istituzioni? Quella funzione forse l’abbiamo trascurata assegnando ad esse scopi che hanno perso il loro legame originario o hanno ormai poco a che fare con la progettualità iniziale di donne e uomini che le hanno volute e fatte nascere per riuscire a cooperare, aumentando le risorse disponibili e creando forme sociali tutelanti i soggetti e la comunità.  Anche la psicoanalisi può avere una funzione sociale illuminante occupandosi degli effetti non sempre direttamente visibili di dinamiche inconsce, che influenzano l’agire umano. Può dire molto sui disturbi dell’intersoggettività umana contribuendo a costruire mondi più adatti alla nostra convivenza e alla nostra tensione creativa. Intanto, in questa situazione di paura e incertezza, ci accorgiamo di quale importante cura sia appellarci alle persone care, agli amici, ai gruppi di appartenenza culturali e utopici, a figure professionali e istituzionali che diano risposte chiarificatrici e sostegni, e ideare possibilità di aiuto reciproco, di condivisione di conoscenze e informazioni.