Interrogativi e incertezze attorno all’idea di nucleo psicotico
Questa breve considerazione sul “nucleo psicotico” prende vita dalla discussione clinica con alcuni colleghi in un gruppo di supervisione. È volutamente priva di ogni esplicita ricostruzione clinica, così come sono assenti riferimenti teorici e bibliografici, sebbene un lavoro un po’ più metodico in questa direzione sarebbe auspicabile. Il testo non ha quindi un carattere sistematico e l’argomentazione conserva interrogativi, imprecisioni e incertezze: cosa che, forse, potrebbe sollecitare ulteriori idee che potrebbero arricchire un dibattito e contribuire a rendere più intellegibile l’idea di “nucleo psicotico”; oppure, al contrario, a decostruirla per poterla abbandonare.
Il ricorso alla virgolettatura nell’espressione “nucleo psicotico” da un lato suggerisce implicitamente una posizione abbastanza delineata e che in parte anticipa una personale visione sulla questione. Ma, per altro verso, può evocare anche un tentativo di messa tra parentesi, una specie di sospensione della valutazione, quasi fosse una sorta di epoché fenomenologica (i filosofi perdoneranno questo riferimento inadeguato) sull’esistenza clinica e concettuale (evidente o no) di questo “nucleo psicotico”.
In ogni caso, nelle discussioni in gruppo a volte può capitare che venga utilizzata l’espressione “nucleo psicotico” per indicare qualcosa che nel rapporto psicoterapeutico col paziente viene avvertito come fonte di una più profonda problematicità rispetto a ciò che invece può apparire più superficialmente.
L’idea di “nucleo psicotico” non è però così evidente.
Nonostante si faccia a volte ricorso a questa espressione, questo concetto appare piuttosto oscuro ed è difficile comprenderlo non solo come eventuale concetto clinico, ma appare anche complicato inserirlo in un modello di riferimento. Sembra piuttosto che l’idea di nucleo psicotico possa essere un po’ trasversale, una specie di concetto ubiquitario, solo apparentemente comprensibile e chiaro.
Nondimeno, dall’impiego che ne viene fatto, nell’idea di “nucleo psicotico” pare di poter evincere una semantica. Sembra di capire che con “nucleo psicotico” si intenda un’esperienza segregata, nascosta o circoscritta, molto poco visibile ma intuitivamente presente. Una condizione psichica che rimane ignota al soggetto stesso e che il clinico immagina possa essere presente come condizione che sequestra aree dell’esperienza del paziente perpetuando il disagio psichico o persino amplificandolo.
Nell’impiego che si fa di questa idea sembra inoltre di poter intercettare un altro significato, forse più misterioso. Questo “nucleo”, i cui contorni sono presunti come precisi ma contemporaneamente ignoti, governerebbe parte o molta della condotta di una persona. La sua progressiva estensione, quasi fosse una cisti che ingigantisce, sembrerebbe colonizzare poco a poco l’intera personalità.
A queste descrizioni sembrano aggiungersi altre due caratteristiche. La prima potrebbe essere rappresentata metaforicamente dall’idea di “baratro”: al di là di un certo punto ci si trova di fronte ad una forma di sofferenza che presenta una logica diversa da quella che appare in superficie. La seconda sembra richiamare l’immagine di un magnete, una specie di “centro gravitazionale” per cui livelli di organizzazione di personalità più evoluti verrebbero attirati entro un orbita di funzionamento più regressivo. Questa seconda caratteristica indica come questo “nucleo” non sarebbe più da in tendersi solo un nucleo nascosto o segregato poiché, proliferando, finirebbe per coincidere con la totalità del soggetto stesso.
Vista in questi termini, l’idea di nucleo psicotico si profila come una entità psichica oscura che sembra minacciare la tenuta dell’esame di realtà e dell’integrazione del senso di sé. Queste due ultime espressioni richiederebbero ulteriori argomentazioni e giustificazioni: tuttavia, pur senza entrare nel merito di una concettualizzazione più specifica, sembra di poter dire che queste abbiano qualche attinenza con l’idea di “nucleo psicotico”.
Infatti, il problema della tenuta dell’esame di realtà e della lesione del senso di sé possono essere considerati due aspetti dell’esperienza psicotica. E qui sembra aprirsi la questione proprio sullo statuto di “psicotico” di questo “nucleo”. In altre parole, ci si potrebbe domandare quali siano le caratteristiche che rendono questo “nucleo”, con le caratteristiche accennate, propriamente un “nucleo psicotico”.
Una prima risposta potrebbe avere a che vedere con l’esame di realtà poco sopra richiamato, ovvero col modo con cui una persona è in grado di valutare i propri pensieri, sentimenti, fantasie (e quant’altro) differenziandoli dalla percezione di ciò che accade nel cosiddetto mondo esterno o realtà condivisa.
Questa definizione di esame di realtà può apparire piuttosto incerta o precaria: ma del resto è precario e incerto anche l’esame di realtà, poiché di fatto ogni percezione contiene elementi della propria attività affettiva (inconscia). Dopotutto, se ci si pensa, uno dei problemi della psicoanalisi (probabilmente di tutta la psicologia) è cercare di costruire modalità con cui osservare la realtà psichica provando a individuare e distinguere quegli aspetti (consci e inconsci) che contribuiscono a formare la percezione della propria realtà che si va descrivendo.
Molto grossolanamente, significa avere il mezzo (ovvero, il metodo) con cui poter individuare se, come e quanto la relazione analitica è deformata dall’imporsi dell’attivazione di una dimensione transferale che può impedire una trasformazione dell’esperienza affettiva all’interno del rapporto terapeutico.
Va però subito aggiunto che anche questa osservazione ha significative limitazioni.
La prima riguarda il fatto che questa descrizione ha a che vedere con una ipotetica distorsione della percezione dell’esame di realtà a causa di un transfert concettualizzato principalmente come una forma di resistenza e alterazione. Mentre la nozione di transfert può essere molto più articolata.
La seconda limitazione è conseguente alla prima: la definizione di transfert come forma di alterazione nel rapporto con la realtà (anche interpersonale) sembra essere una concettualizzazione più prossima ad un quadro “nevrotico” che non “psicotico”.
Ciò che però appare curioso è che questa concettualizzazione che indica nel transfert una distorsione dell’esame di realtà non ha mai necessitato dell’ipotesi ausiliaria circa l’esistenza di un “nucleo nevrotico”. Al limite, si è parlato di transfert nevrotico o, meglio, di nevrosi di transfert, ma mai si è parlato dell’esistenza di “nuclei nevrotici” nell’organizzazione psichica di una persona. Al riguardo ci si potrebbe domandare in che rapporto sta il concetto di psicosi di transfert con l’idea di un “nucleo psicotico” pre-esistente, segregato e nascosto nelle pieghe psichiche dell’individuo.
In ogni caso, non potendo mai fare a meno della percezione, un altro modo per definire la realtà è mettere in tensione l’esame di realtà col dispiacere: una persona va incontro all’esame di realtà nella misura in cui si verifica l’esperienza del dispiacere. In altre parole, la realtà è quella cosa che non collima con l’appagamento di un desiderio: il desiderio e il bisogno hanno un limite e da lì in poi sorge la definizione di un’esperienza diversa, quella cioè di realtà, suggellata dall’esperienza di frustrazione.
Vista così, la questione assume un’altra angolatura: quanto una persona è in grado di tollerare e vivere questa esperienza? Quali manovre mette in atto per reagire a questo tipo di esperienza? Di quali modalità di rapporto (anche transferale) avrà bisogno per poterci avere a che fare, per poterla trasformare oppure denegare?
Nell’esperienza psicotica, l’abolizione del rapporto con la realtà è concomitante con la costruzione di nuove realtà. Il delirio appare come esito di un mancato appagamento di invincibili desideri: immaginari luoghi da cui il soggetto appare attratto e in cui si ritira.
A questo punto, c’è da chiedersi se la qualità “psicotica” del “nucleo” sia determinata anche dalla presenza di fenomeni deliranti o allucinatori.
Se così fosse, occorrerebbe intravedere in questa specie di “cisti psichica” segnali che possono far pensare ad un deragliamento dell’esame di realtà e alla necessità di costruire realtà alternative che fungono da rammendo laddove si è verificata una lacerazione.
Se però questo “nucleo psicotico” contenesse questi segnali, che cosa lo renderebbe utile e diverso dall’esperienza psicotica? Se simili segnali fossero presenti nell’esperienza di una persona, che utilità possiede l’idea di “nucleo psicotico”?
Una seconda caratteristica che potrebbe aiutare a descrivere come “psicotico” questo “nucleo” è l’idea di una lesione del senso di sé.
L’espressione “nucleo psicotico” talora viene utilizzata per raccogliere e descrivere sensazioni che ruotano attorno a un sentimento di indeterminatezza, di appiattimento, di vuoto. Caratteristiche affettive che possono appartenere anche all’esperienza psicotica, ma che non sono esclusive di questa condizione.
Anche in questa circostanza sembrerebbe di intravedere un punto di contatto con l’idea di “nucleo psicotico”, dove sembra essere presente uno sfaldamento del senso di sé come esito di ripetuti (maldestri o disadattivi) tentativi di rimanere coeso. Ma anche qui il punto di contatto sembra fermarsi, perché nell’idea di “nucleo psicotico” non compare anche il tentativo di mantenere e ripristinare una continuità dell’esperienza del senso di sé costruendo nuove formazioni psichiche come il delirio o l’allucinazione.
Poste queste osservazioni e questi interrogativi, che tuttavia andrebbero meglio articolati e approfonditi, sembra confermarsi l’idea che il concetto di “nucleo psicotico” sia ancora molto vago, denso di una pluralità di significati non sempre sono capaci di offrire una chiara visione, nonostante venga talora impiegato nelle discussioni.
Probabilmente, l’unico significato condiviso di questa espressione un po’ evanescente è quello relativo ad una sospetta gravità avvertita come nascosta: “nucleo psicotico” potrebbe allora essere inteso più come una metafora tra clinici per indicare che qualcosa di più grave aleggia nella stanza d’analisi, ma di cui non si riesce ad afferrarne il senso? Oppure è un concetto teorico capace di descrivere una realtà psichica precisa?
Stefano Golasmici – stefano.golasmici@gmail.com



