Ieri mattina , andando al lavoro (confesso, sono uno dei privilegiati che può farlo) ho trovato sotto il tergicristallo della mia auto un biglietto stampato che , con toni piuttosto perentori e giudicanti, mi accusava di aver compiuto lo scempio verso il vivere civile di aver parcheggiato fuori dalle strisce. Il fatto che mi trovassi in un parcheggio pubblico della capacità di 150 posti ma occupato da 12 veicoli compreso il mio non ha reso certo meno grave la mia infrazione agli occhi del “ controllore/giudice “ che mi ha definitivamente sentenziato come incivile, ma mi ha dato un’ulteriore spunto riguardo l’atteggiamento dei nostri concittadini nei confronti delle regole in questi tempi tanto incerti quanto dolorosi.
Da quando sono state via via istituite diverse e sempre più stringenti norme di “limitazione dei comportamenti potenzialmente portatori di contagio” abbiamo assistito ad un’evidente polarizzazione tra le ricerca di una “scappatoia legale “ che consentisse di continuare a svolgere alcune attività e la perentorietà del giudizio morale rivolto a chi “ non è in casa”.
L’aggravarsi dei numeri relativi al contagio e, soprattutto, ai decessi ha ulteriormente acuito lo scontro ed innalzato i toni : non più tardi di 40 giorni fa si discuteva se fosse possibile giocare a tennis , si è passati poi alla “caccia ai runners” , alle vibranti polemiche sulle passeggiate per i bambini fino alla mobilitazione (un filino eccessiva e compiaciuta forse) di elicotteri e droni.
Sicuramente la prolungata reclusione domestica genera effetti significativi sul proprio tono dell’umore e tende a facilitare l’aumento dell’aggressività eterodiretta come meccanismo di “sfogo “ della frustrazione ma il vero conflitto è soprattutto intrapsichico.
Nel corso della nostra vita l’esperienza del conflitto tra ciò che vorremmo (desiderio) e ciò che dobbiamo (norma) fare si ripete continuamente fin dall’infanzia e contribuisce ad andare a creare la nostra personalità attraverso la ricerca di modalità volte a raggiungere un “compromesso “ accettabile e sostenibile nel tempo ; in questo processo gioca un ruolo importante il complesso e variegato sistema di valori e di riferimenti morali che derivano dalla nostra educazione , dal contesto sociale di appartenenza ed , ovviamente , dalle esperienze fatte e dai modelli identificativi .
La costruzione della nostra “istanza morale” ( il Super Io freudiano ) inizia nei primi anni di vita e continua sostanzialmente fino all’età adulta divenendo una struttura fondamentale della personalità che modella le nostre scelte attraverso il confronto , a volte conflittuale e serrato , con i nostri desideri ; la capacità di tollerare la frustrazione causata dalla non immediata e totale soddisfazione libidica è uno degli strumenti adattivi tipici della vita adulta, ma ovviamente ciò non significa che il conflitto non venga “sentito” e non generi sofferenza .
All’interno di questo quadro del tutto “normale” vanno inseriti anche i limiti imposti dalla realtà in cui viviamo : le regole del vivere civile, le leggi dello stato, le convinzioni ed i bisogni degli altri…. e la questione si complica ulteriormente.
In questo momento di grande incertezza e di timori diffusi si tende a mettere inconsciamente in atto un meccanismo difensivo che cerca “ fuori da noi” una ragionevole certezza ed una corretta linea di comportamento per dare un senso ad una situazione quasi “ non pensabile” per l’enormità degli effetti sulla nostra vita e per il carico di sofferenza che porta con sé e, soprattutto, per ridurre l’angoscia che ne deriva. Spostando il “ locus of control “ all’esterno accetto di cedere una parte di “sovranità “ emotiva e decisionale in cambio di un’ “ansiolitica” conferma del fatto che “ sto facendo la cosa giusta “.
in tal senso ci si attiene ad un concetto di norma che si concretizza sulla messa in atto di una serie di comportamenti codificati e che tende a basarsi soprattutto sul timore della sanzione ma rischia di perdersi il senso che sta alla base dei vari provvedimenti normativi : non conta più ciò che è giusto o utile fare o non fare ma ciò che è consentito attivando risposte che estremizzate che vanno dalla “sindrome dello sceriffo” al tentativo di trovare scappatoie che mettano al riparo dalla sanzione aldilà della pericolosità del comportamento.
In un contesto in cui è difficile orientarsi tra notizie vere, verosimili e fake news ovviamente ciascuno tenderà a costruirsi una personale spiegazione della situazione che tenderà a ricalcare convinzioni e timori già esistenti (come nel tifo calcistico e politico).
Tale posizione difensiva tende a non durare a lungo perché intrinsecamente fragile e riattiva vissuti angoscianti e/o frustranti rischiando di creare un vero e proprio circolo vizioso che si autoalimenta e cresce di intensità portando di frequente a comportamenti francamente oppositivi o aggressivi .
Sarebbe invece molto più utile riportare al centro ( focus of control interno) il concetto di responsabilità che vede il nostro comportamento come risultato di una scelta consapevole fondata sul significato che diamo alle nostre azioni ed al loro possibile effetto sugli altri : non si tratta più di aderire acriticamente a opinabili elenchi di azioni consentite ma di stabilire un fondamento etico alle nostre azioni, comprese quelle rinuncia che ci sembrano poco sensate o troppo faticose da mantenere nel tempo.
Diventa però fondamentale per rendere sostenibile questa posizione che la responsabilità individuale trovi nella controparte istituzionale un soggetto capace di generare fiducia attraverso la coerenza , la sensatezza e la sostenibilità delle richieste rivolte ai cittadini…..ecco , forse su questo punto ci sarebbe da lavorare : chiedere ai cittadini un “nuovo patto civile” anche e soprattutto durante una drammatica emergenza necessita di chiarezza nelle comunicazioni e di ragionevole certezza nella programmazione delle strategie sia a breve che a medio e lungo termine , insomma necessita anche e soprattutto di coraggio, onestà e responsabilità.
Non servono sceriffi iper vigili ma buoni esempi credibili; non serve agitare lo spettro della sofferenza, dei lutti o dei sensi di colpa , ma indicare i risultati che possiamo ottenere tutti insieme per non disperdere lo straordinario patrimonio di generosa e contagiosa partecipazione che il nostro territorio ha saputo mostrare di possedere.
Non accontentiamoci di comportarci anche solo un po’ al di sotto dello standard delle donne e degli uomini che possiamo e vorremmo essere, non ora, soprattutto ora, in fondo dipende da noi.Dott. Mattia Maggioni
Psicologo – Psicoterapeuta mattiamaggioni10@gmail.com





